Appunti e considerazioni sociologiche post New York:
- il mio paesello in confronto ora mi sembra il villaggio dei puffi;
- Bologna dentro le mura è più piccola di Central park;
- i cinesi hanno imparato come si fanno i vestiti, sia come taglie che come qualità (quelli che stanno in Italia però devono ancora studiare un bel po');
- i cinesi invaderanno il mondo, a Manhattan sono il doppio dei neri;
- se trovo qualcuno che me lo insegna, mi metto a studiare il cinese;
- gli americani non avendo un passato per arricchire i loro musei rubano in giro per il mondo;
- il wi-fi è il futuro della comunicazione, se dovete comprarvi un portatile controllate che ci sia la scheda di rete wireless;
- presto internet sarà gratis ovunque;
- se cerchi una sensazione di indipendenza è il posto giusto;
- se la gente potesse viaggiare di più, il razzismo cesserebbe di esistere;
- la densità media di ipod per metro quadrato aumenta in proporzione all'aumento del chiasso del traffico urbano;
- la psicosi da influenza aviaria è frutto del terrorismo psicologico dei media italiani, là mangiano quintali di pollo al giorno e nessuno si preoccupa;
- la musica unz unz dentro ai negozi di vestiti stimola le donne allo shopping selvaggio e nuoce gravemente alla salute della carta di credito;
- devo mettermi a dieta: nonostante che abbiamo camminato tutto il giorno sono ingrassata di un chilo;
- si stanno facendo i primi passi anche per le telefonate gratis, a parte google talk, là sono molto diffusi i walkie talkie col design da cellulare, e un raggio di azione che copre mezza città;
- se vinco al superenalotto apro uno Starbucks in Italia: il cappuccino da passeggio è la svolta;
- presto il mondo sarà un miscuglio assurdo di razze;
- quando alla Virgin mi hanno regalato un cd compilation di gruppi emergenti ho realizzato che loro hanno già capito tutti che il futuro della musica sta tutto lì e che bisogna valorizzarla il più possibile;
- l'impressione generale è che in america sono avanti, ma da quello che ho visto in "Lost in translation", forse a Tokyo lo sono ancora di più, magari fra qualche anno riuscirò a mettere da parte i soldi per andare anche lì, chissà....
- devo fermarmi un attimo.
Ore 03.15 italiane, in un punto sperduto sopra l'oceano Atlantico.
Non ci si può credere.
La tecnologia mi stupisce sempre.
Sono qui, sul volo Lufthansa Lh 403 da New York a Francoforte, a diecimila metri di altezza e ben novecento km orari di velocità, e la connessione wi fi mi permette di postare e addirittura di parlare con gli amici in msn. Dove arriveremo non si sa.
Signore e signori, ecco a voi il post più alto del mondo!
A bordo di una compagnia tedesca non poteva mancare un'ottima birra. Io e Alinixa abbiamo appena brindato con la Warsteiner, sopra c'è scritto che fa undici gradi. Ci hanno appena portato la cena, dopo spero di riuscire a prendere sonno, che nell'ultima settimana ho dormito in media solo quattro ore per notte. Prima di partire avevo detto che non vi pensavo e invece vi ho postato l'intero diario di viaggio. Non sono affidabile. Mi rifarò questa settimana in cui andrò a letto presto almeno fino a venerdì. Buonanotte a tutti!
Ieri mattina siamo andate al Guggenheim museum. E' il meno importante dei tre che abbiamo visto, però è composto da una struttura architettonica notevole. Oltre alla collezione permanente con opere di Kandinskj e Chagall c'era una mostra temporanea sull'arte russa. Lenin era raffigurato in almeno quattro quadri. Uscendo da lì abbiamo attraversato la parte a nord di Central Park. Scenari suggestivi da autumn in New York e paperelle sguazzanti nel grande lago facevano da cornice alle centinaia di persone che correvano intorno al parco. Poco lontano c'è la Columbia University, all'interno c'è un giardino molto grande che si può visitare. Il palazzo della biblioteca assomiglia ad un tempio romano con le colonne. Proseguendo lungo Amsterdam avenue ci siamo avventurate verso Harlem, il quartiere dei neri. E' molto caratteristico, le case sono basse e la gente sosta tranquilla seduta sui gradini all'ingresso a fare delle chiacchiere, come nei film. Ci sono un sacco di chiese di tutti i tipi. Quando abbiamo ripreso la metro per tornare giù, non abbiamo calcolato che quella linea parte dal Bronx. Confesso di avere avuto veramente paura appena salite. A parte che eravamo le uniche bianche, ma qui è normale, c'erano certe facce incarognite, che non ti facevano vedere l'ora di scendere. Al pomeriggio siamo tornate a vedere i negozi più belli e abbordabili: vicino a union square consiglio forever 21 e basement, a soho consiglio rat bastard e michael k. Alla sera siamo tornate nuovamente a Soho. L'abbiamo eletto “zona più bella di ny”, in una settimana ci siamo andate ben 4 volte! Abbiamo cenato in un ristorante italiano, il corallo. L'astinenza di pasta iniziava a farsi sentire e così abbiamo rischiato e fortunatamente ci è andata bene. Le penne alle melanzane erano perfettamente al dente. Quando ho ordinato una birra il cameriere mi ha chiesto un documento, non credeva che avessi più di ventuno anni, l'età consentita per bere alcool. Gli ho detto scocciata che “I'm 26” e me l'ha portata. Ad Alinixa, che ha due anni in meno di me, invece del documento le ha chiesto se voleva anche del vino. Robe da matti. Al ritorno abbiamo anche rischiato di farcela a piedi. Questa città ha migliaia di Taxi, ma al sabato sera è quasi impossibile trovarne uno libero. Ci abbiamo messo un'ora, vagando a piedi nella notte buia. Impossibile annoiarsi qua eh! Ora sto facendo la valigia, fra tre ore parte la navetta che va all'aeroporto. E ' piena stipata, però sono stata brava, tutti quelli che conosco che sono venuti qua mi hanno detto che al ritorno hanno dovuto comprare una valigia nuova per metterci gli acquisti da shopping. Ora metto dentro anche il portatile e vado a fare l'ultimo giro. Bye bye!
Stamattina siamo andate in metropolitana fino a Brooklyn e poi siamo tornate indietro a piedi percorrendo l'omonimo famosissimo ponte. Faceva freddissimo oggi, 40 gradi fahrenheit, ovvero circa 4 gradi centigradi. Il freddo pungente ti cambiava colore alle orecchie. A distanza di un km c'è il ponte di Manhattan. La cosa buffa è che vai sul ponte di Brooklyn e siccome ci sei sopra e non riesci a fotografarlo, fai le foto a quello di fronte. Andare sull'altro sarebbe stata una mossa troppo intelligente, che se un giorno tornerò qui, dovrò mettere in atto. Al termine della passeggiata, proseguendo sulla destra siamo passate in mezzo ai palazzi del potere: il municipio, la corte suprema degli stati uniti, il tribunale. Mi sono fermata in una pharmacy a comprare le cinnamon. Qui vendono le big red, quelle che Max degli Offlaga lancia sempre dal palco. Attenzione, la pharmacy non è la farmacia ma il supermercato. E' una delle tre parole indispensabili, diverse dall'inglese all'americano. Le altre due sono: il bagno che non si dice toilet ma restroom e il conto, che non si dice bill ma check. Ora siete pronti per andare al ristorante. Poco più avanti ci siamo ritrovate sulla destra Union Square, e sulla sinistra un negozio di scarpe che vedeva tutto for sale. La piazza non l'abbiamo vista. Poi abbiamo attraversato il village lungo Lafayette street. Un negozio più bello dell'altro, uno attaccato all'altro. Non sono i soliti negozi omologati per turisti, alcuni vendono cose usate, tutte ricercate e mai banali. Ci abbiamo messo tre ore a percorrere quella via. Un uomo poco shopping addicted ci avrebbe messo cinque minuti. Alle due abbiamo pranzato da diner, un posto in cui ci lavora un cameriere che lo chiamano sorriso & simpatia. Mai visto uno più scontroso nei confronti della clientela. Ah già perchè qui c'è da sottolineare un aspetto. Se avete bisogno di qualsiasi cosa e trovate qualcuno che vi risponde con gentilezza, si tratta sicuramente di un immigrato. Se vi rispondono con un grugnito, è sicuramente qualcuno del posto. I newyorkesi sembrano allergici alle richieste di informazioni. Dopo pranzo abbiamo continuato a passeggiare fino alle sei del pomeriggio, ora in cui siamo tornate in albergo. Io e Alinixa abbiamo convenuto che l'attività più bella che si può fare a ny è camminare per la strada e guardare le persone. Potrei farlo per due mesi consecutivi. La sensazione di società plurirazziale che ho avuto in aereoporto si è estesa a tutta la città. Mentre nella prima locazione poteva essere anche una cosa normale, poi è diventata stupefacente. A parte la varietà di esseri umani, la cosa strana sono le coppie. Vedi cinesi con messicani, thailandesi con irlandesi, neri con vietnamiti. Tutti perfettamente integrati nella società. Cosa che da noi non avviene assolutamente. Anche se c'è da dire che il tasso di criminalità da queste parti è assurdo. Ieri abbiamo visto appesa una taglia. Diceva che la polizia offriva dodicimila dollari a chi forniva indicazioni per trovare chi aveva ucciso l'uomo nella foto e poi lo aveva fatto a pezzi e chiuso in una valigia. Credevo che certe cose succedevano solo nei film, da quando sono qua ho capito che solo le invasioni degli extraterrestri e king kong e i supereroi sono cose inventate, tutto il resto purtroppo in questa apocalittica città non meraviglia più nessuno. Come stasera quando uscivamo dall'albergo e ci sono sfrecciate davanti quindici macchine della polizia a sirene spiegate, non abbiamo visto nessuno che avesse nemmeno girato lo sguardo per vedere dove andavano. Poi con la metro siamo tornate a downtown, la parte sud, dove ci sono i locali. Mia cugina mi aveva consigliato di andare alla Knitting Factory, e siccome comprando il giornale degli spettacoli che si chiama "time out" avevamo letto che stasera c'era un gruppone indie (gli okkervil river) avevamo deciso di andare. In alternativa a Time Out, se vi interessano solo i concerti. vi segnalo l'ottimo ohmyrockness.com. Quando siamo arrivate alla Knitting e la cassiera ci ha detto "is sold out" le avrei sputato in un occhio(oh, come mi sono già perfettamente integrata). A nulla è servito dire "I come from italy". Per fortuna al piano di sotto dello stesso locale c'erano altri concerti, e ci siamo viste i Dollyrout e i The Dwarves. Non erano male, e poi per consolarmi mi sono comprata le spillette di tutti e tre i gruppi. Il locale è molto bello, tutta la scena musicale emergente americana passa di qui. La filosofia interna è la stessa del Covo. Per un attimo tra tutte quelle magliette a righe mi sono quasi sentita a casa.
Mi sto abituando al fuso. E' l'una e mezza di notte e non sto crollando dal sonno. Ciò significa che quando tornerò sarò in stato confusionale per almeno tre giorni. Stamattina ho vissuto una piccola delusione. Siamo andate alla factory di Andy Warhol, e al posto della suddetta, dopo dodici giri in tondo ci abbiamo trovato un cumulo di macerie e la scritta "here was the last factory of Andy Warhol". Non ci potevo credere. Gli americani sono pazzi, sarebbe come se gli olandesi demolissero la casa di van gogh per costruire un grattacielo. Dopo siamo andate al Moma (museum of modern art). Spettacolare. Sei piani di meraviglie. Specialmente il quarto e il quinto, dove si trovano dalì, picasso, mirò, kandinskj, mondrian. Bisognerebbe avere due giorni interi di tempo per vedere a pieno tutto. Uscendo da lì abbiamo visto una ressa incredibile dentro al negozio di H & M. Ma una roba da non credere, pare che Stella Mc Cartney svendesse la propria collezione. Dovevate vedere un centinaio di donne fare a botte per una gonna o una giacca. Arraffavano tutte inferocite qualsiasi indumento portabile che capitasse loro a tiro, alcune erano arrivate addirittura con la valigia da riempire. Lì fuori a documentare il tutto c'era anche la televisione. Solo a New York ci si può rendere conto della definizione di shopping selvaggio. Anche all'Apple store di Soho c'era un gran caos. Ipod nani dappertutto. Ho preso una custodia che mi hanno chiesto, chiudendomi gli occhi, che era meglio. E' troppo carino però. La giornata è proseguita al Greenwich village. Carina la Washington plaza, dove non si capisce perchè, c'è anche un monumento a Garibaldi. Poco più in là, davanti alla New York university, c'era un picchetto di persone che giravano in tondo coi cartelli e cantavano. Questo quartiere ha un sacco di negozietti con prezzi abbordabili, è uno dei pochi. Leggermente più a sud lungo Mulberry street c'è quello che resta di little italy. Praticamente sono tutti ristoranti, la zona è stata quasi interamente assorbita dai cinesi. Questa sera incredibile ma vero siamo uscite. Dopo una buona cena al ristorante messicano siamo state all'Apt sulla tredicesima. Trattasi di un american lounge bar, con una bella musica di sottofondo. Brent il barista dopo averci detto "buongiorno principessa" come Benigni in "la vita è bella" ci ha offerto da bere. All'inizio non c'era tanta gente ma poi si è popolato di persone di tutti i tipi. Noi eravamo sedute al bancone. Ad un certo punto si sono seduti a fianco tre messicani. Uno fa l'avvocato a new york e si sente fico anche se poverino non si poteva affrontare proprio.
Ieri siamo andate al Metropolitan museum. Per arrivarci, siamo passate in mezzo a Park Avenue, una delle strade rese famose dal telefim sex & the city. Qua la gente impazzisce per quella serie. Il quartiere è una roba tipo Parioli elevato al quadrato. Ci sono i palazzi sciccosi che di sotto all'entrata tappetosa e moquettata e lampadariocristallizzata hanno il portiere in uniforme col cappello e i galloni, che ti apre la porta della limousine per farti scendere. Il museo è immenso, che novità. Per andare in giro invece del biglietto ti danno una specie di spilletta con la M di metropolitan, da attaccare ai vestiti. La sezione egizia è seconda al mondo solo a quella del cairo, dentro c'è perfino un tempio smontato in egitto e ricostruito là dentro. Nella sezione americana di artistico non c'è praticamente niente, sono tutti interni di case di inizio secolo ricostruiti fedelmente. Sembra la fiera del mobile in stile liberty. Nella sezione delle armi ci sono le armature dei cavalieri a cavallo, le spade come quella di kill bill, le pistole, e le spade come quella di lady oscar. Una aveva il manico completamente ricoperto di diamanti. La parte più bella è quella dedicata agli impressionisti. Come per la letteratura ho una particolare inclinazione per l'arte francese (cezanne, chagall, degas, serat, monet, gauguin, renoir). Abbiamo inoltre avuto la fortuna di capitare in un periodo in cui c'è una mostra temporanea di Van Gogh. Non è grande come quella di Amsterdam, però ci sono parecchi quadri che là mancavano. L'architetto Calatrava qui ha una sezione tutta sua, con le sculture e i progetti dei ponti. C'è anche il plastico della nuova torre di Ground Zero, lui deve costruire una super pensilina per la metropolitana che passa sotto. Quando entri lì per tutto il tempo hai in testa la parola genio. Quando siamo uscite abbiamo camminato attraverso Central Park. C'è bisogno che vi dica quanto è sconfinato? Dentro c'è anche la pista del pattinaggio sul ghiaccio. Le paperelle se ne stanno negli altri laghetti invece. In fondo inizia la 5 avenue di lusso. Qui le super marche, come Gucci, Prada, Vuitton, non si accontentano del mega negozio come a Milano. Qui ognuna ha il suo grattacielo. Pazzesco. Pensate a quanti milioni di dollari ci possono essere dentro quei palazzi. Pensate al palazzo di Cartier. Il Disney store è in questa strada, se entrate vi saluteranno Pluto e Cip & Ciop. Ah già dimenticavo, qua è pieno di scoiattoli, ce ne sono in tutti i parchi e non scappano impauriti se ci si ferma a guardarli. Vederli mangiare la noce con le zampine è come assistere a un miracolo della natura. Proseguendo a piedi siamo arrivate al Rockfeller Center, un complesso di grattacieli costruiti dall'omonimo miliardario. Nella plaza al centro c'è un altra pista di pattinaggio con la musica e le lucette, è quella che si vede nel film Autumn in New York. Lì dietro c'è la casa d'aste Christie's, sulle vetrine ci sono le foto di alcuni quadri che vendono, compreso Andy Warhol. Alla sera dovevamo andare in un localino a Soho ma la pioggia ci ha fatto desistere e siamo entrate nel vicino Hard Rock Cafè. Quello di Londra in confronto è il bar dove mio nonno andava a giocare a bocce. Non mi aspettavo tutte quelle cose. Questo è un vero e proprio museo del rock, con almeno trecento chitarre, la batteria di ringo starr, gli stivali di Springsteen, il vestito di Elvis, e migliaia di altre cose. Vale la pena farci un giro dentro, anche senza consumare, i camerieri non ti rompono le scatole. Quando siamo uscite sul marciapiede lì vicino, c'erano quattro ragazzini rapper con la loro radio che facevano una dimostrazione. Dovevate vedere che capriole, che salti mortali. Troppo bravi. Dopo siamo tornate a dormire, convinte che la giornata fosse finita. Invece no. Alle quattro del mattino mentre sostavamo nel mondo dei sogni, una sirena impazzita inizia a suonare fortissimo. Avevo talmente sonno che mi sono girata dall'altra parte. Poi dopo due minuti Ali si è alzata dicendo, "non è che è l'allarme antiincendio?" Abbiamo aperto la porta e la scritta rossa FIRE lampeggiava nel corridoio. Ho battuto il record mondiale di mivestoveloce. Ci siamo letteralmente randellate giù per i ventitrè piani di scale, con un totale di persone al seguito. Mi è sembrato di essere veramente in un film. Il vano scale mai usato da nessuno è grigio e polveroso. La fine non arrivava mai. Nella hall c'erano quindici pompieri, in assetto da guerra. Dalla reception il tipo urlava al microfono di stare calmi che avevano già individuato il piano che aveva fatto scattare l'allarme. Il nostro. Accidenti che colpo. I pompieri sono saliti di corsa, ma sono tornati giù prestissimo. Pare che sia stato un falso allarme, non ho capito bene. La hall era piena di persone spettinate in pigiama, discretamente incavolate. Nel mezzo di questa situazione ci siamo sedute al bar, ed è arrivato subito un coreano pazzo coi capelli ricci a fare conversazione. "I'm Jin ho, from Corea!" "Where are you from?" "Italia?" "My name is Gino, i'm looking for my Gina" Immaginatevi come posso averlo guardato alle quattro del mattino spettinata dopo l'allarme incendio. Se ne è risalito immediatamente in camera a testa bassa, tzè.
Stanotte ho dormito. Sono ben le sette del mattino! Vi racconterò la giornata di ieri.
Questa cosa del fuso orario è allucinante. Sono le sei del mattino, fuori è buio pesto e per la mia testa è mezzogiorno. Alinixa ronfa di brutto, beata lei. Io non ci riesco. Qua sotto, nonostante l'orario, c'è un casino pazzesco. Immaginatevi che razza di traffico c'è se dal ventitreesimo piano sento le macchine come se fossi sul marciapiede. Ieri sera sono rimasta cinque minuti a guardare le auto che passavano. Per la metà sono composte da taxi gialli, uguali a quelli di De Niro in "Taxi driver", poi ci sono le macchinone che qui si vedono solo nei film, e altre che in italia non sono ancora uscite. New York è così, ti imbamboli a guardare le cose, finchè una folata di vento che neanche la bora di Trieste, ti fa indietreggiare nonostante i diciotto chili di valigia che dovrebbero tenerti ferma. Dicevo, è difficile dormire. La polizia quando passa con la sirena accesa sveglierebbe anche un morto. Ci credo che poi qua ai poliziotti tocca fare degli inseguimenti infiniti, avvisano i criminali che stanno arrivando già otto isolati prima. La popolazione qui è strana. In fila al jfk per il controllo del passaporto ho visto una grande varietà di razze tutte insieme, che non avrei mai pensato di vedere accostate. Gli italiani casinari, il lord inglese col cappello, la coppia tedesca impassibile e superorganizzata, la donna indiana con la tunica, i giapponesi supertecnologici, i rapper neri. Questi ultimi costituiscono almeno la metà della popolazione Newyorkese. O almeno, dopo le otto di sera costituiscono la maggioranza di chi popola le strade. Il mio pancino sta reclamando il pranzo e gli devo spiegare che farà colazione solo fra due ore. Mi rimetto a dormire che è meglio, oltretutto ho anche appena ricevuto una brutta notizia. L'euro è appena crollato rispetto al dollaro. Che tempismo.
Il panico pre-partenza si sta impadronendo di me. La mega valigia giace aperta e vuota sul letto. Dopo due anni di valigie improvvisate mi sono ritrovata a non sapere da che parte cominciare. Stasera di ritorno dall'ufficio, in treno, ho scritto su un foglio le cose che ritengo indispensabili. Cercherò di attenermi scrupolosamente alla lista, non voglio portarmi del peso inutile. Mancano meno di due giorni, è bene che inizi a prepararla, che domani sera si esce e sabato si parte. In questa epoca di schiavismo tecnologico dimenticarsi un caricabatteria o l'adattatore potrebbe essere fatale. Anche lasciare i biglietti aerei a casa potrebbe esserlo, credo che Alinixa mi strozzerebbe. Ricordo che quando andai a Parigi mi ritrovai al check-in a Bologna senza la carta di identità e costrinsi quel sant'uomo di mio padre a reincarnarsi in Schumacher per portarmela prima che partisse l'aereo. Lo presi al volo, e la lezione dovrebbe essermi bastata. Dovrebbe. Almeno in periodi normali. In questi giorni mi ricordo di portarmi dietro la testa solo perchè è attaccata al collo. Di positivo c'è che dimenticandomi tutto non mi annoio, perchè dimentico anche da quanto tempo sono in casa, e che cosa ho mangiato a cena, e cosa mi è stato detto tre minuti prima. Ammetto che la vacanza cade decisamente a pennello, e poi finisco a scriverci sopra un post mentre iTunes fa play sugli Arcade Fire.
In questo momento la mia mente è totalmente occupata dal viaggio a New York. Anche stamattina, quando nella nebbiosa immediata periferia di Bologna, il mio treno ha incrociato un Eurostar che sfrecciava verso sud. Stavo pensando che non mi devo dimenticare l'adattatore di corrente, e poi che devo comprare le pile ricaricabili, cambiare i dollari, e scegliere il libro da portare con me per leggere in aereo. Il libro è importante, è come la colonna sonora. Ce n'è uno che ho acquistato da oltre un anno e mezzo e che non ho ancora mai letto, un po' per scaramanzia e un po' a causa delle sue novecento pagine. Direi che in diciotto ore di volo, potrei arrivare a buon punto. Quel libro rappresenta il primo tratto tracciato del cerchio; è Underworld di Don de Lillo. E' giunto il momento di chiuderlo simbolicamente, essendo stato disegnato con un fare incerto non potrà mai risultare la perfezione. Per iniziare a disegnarne un altro ci si dovrebbe procurare una matita nuova, una gomma, magari un compasso, mettersi d'impegno, capire, averne voglia, non aver paura di sbagliare, crederci sul serio. Purtroppo nessuno nasce Giotto. E poi adesso ho un problema più urgente da risolvere. Vi ricordate "io prenoto il volo e tu l'albergo" che tanto di solito il casino quando si parte last minute è sempre il volo. Bene, io grazie a internet ho in mano due magnifici biglietti ultrascontati. Alinixa si è fidata dell'agenzia e delle loro prenotazioni soggette a riconferma entro 48 ore. Per ora ha optato per un nuovo nick in msn: "per ora sotto un ponte nella Big Apple". Tanto non serve preoccuparsi, mancano ancora nove giorni alla partenza. E' religiosamente provato che in sette giorni si può addirittura costruire un mondo. Ce la faranno le due pazze a trovare una sistemazione decente in tempo utile?
Una delle poche qualità che mi auto-riconosco è la determinazione. Quando capisco cosa voglio davvero, vado. L'altra sera, una sera noiosa uguale a tante altre in cui mi ritrovo in casa davanti al pc, noto che una mia vecchia amica Genovese, in msn, aveva uno strano nick: