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kay è il nickname della persona che ha scritto su questa pagina per 4 anni, ma per il momento ha preferito togliere l'archivio dei post vecchi.

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Books:


Letture

Invisible monsters - C.Palahniuk
Camere separate - P.V. Tondelli
Tokyo blues n.w. - H. Murakami
Les fleurs du mal - C. Baudelaire
Una vita violenta - P.P. Pasolini
Alta fedeltà - Nick Hornby
L'ultimo Dio - Emidio Clementi
La possibilità di un'isola - M. Houellebecq
La casa del sonno - Jonathan Coe
Underworld - Don de Lillo
Anna Karenina - Lev Tolstoj
Middlesex - Jeffrey Eugenides
L'insostenibile leggerezza dell'essere - M. Kundera
Madame Bovary - G. Flaubert
1984 - G. Orwell

Movies:

Fight Club
Marie Antoinette
Trainspotting
Me & you & everyone we know
Good bye Lenin
Lost in translation
Eternal sunshine of t.s.m.
Ecce bombo
The Dreamers
Taxi Driver
Arancia meccanica
Buffalo '66
Tokio Ga
Pulp fiction
Jules et Jim
Il posto delle fragole
Frankestein Junior
Fahrenheit 451

Soundtrack:

Ascolti

The Velvet underground & Nico
Grab that gun - The Organ
Worlds apart - Trail of dead
Our ill wills - Shout out louds
Either/or - Elliott Smith
Yes, Virginia - The dresden dolls
Ok computer - Radiohead
Entertainment! - Gang of four
Ballate per piccole iene - Afterhours
Seventeen seconds - The cure
Chucko bohoo - A toys orchestra
Sound of silver - Lcd soundsystem
Bachelite - Offlaga disco pax
Good news... - Modest mouse
Closer - Joy Division
Turn on the bright lights - Interpol
Lesser matters - The radio dept
Funeral - The arcade fire

Arte:

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Keith Haring
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Claude Monet
Joan Mirò
Escher
Marc Chagall
Wassilj Kandinskij
Bansky

martedì, 08 aprile 2008

Sono tornata ieri, da Berlino. Seconda volta nella città dove tutto inizia e dove tutto finisce, dove ci sono muri che crollano e muri che insorgono. Nessuna piantina di cactus ad attendermi sulla via del ritorno, questa volta ci sono solo le spine.
Mi arrotolo intorno al collo una buffa sciarpa colorata fatta a mano, mi siedo sulla poltrona e inizio a farmi divorare dalla nostalgia.
E' una cosa strana, il sentirsi male al rientro dalla città che ti fa sentire meglio al mondo. Di solito tendo a non tornare negli stessi posti, preferisco visitarne di nuovi, ma qui so già che ci tornerò ancora prima o poi. Probabilmente da sola, per assaporare meglio ogni angolo.
Niente è più uguale, dice.
Solo il mio scontatissimo post resoconto, ma siccome è a mio uso e consumo non posso farne a meno.
Cinque giorni, durante i quali non ho scritto niente. Me ne rammarico, perché ora non mi ricorderò più esattamente tutto. Ma forse a volte è meglio ricordare le cose come si vogliono ricordare.
Berlino è un posto che quando ci torni ti sembra di non essere mai andato via. Questa l'ho letta su un altro blog chissà dove, e anche se non mi ricordo chi l'ha scritta posso solo dire che costui ha ragione a pacchi. Era ancora tutto lì. Anche il rivestimento camo dei sedili della metro, il mio primo dejà vu.
Ho rivisto gran parte delle zone di cui ho parlato qui.
Ho scoperto posti nuovi. La Neue Nationalgalerie e la sua meravigliosa collezione di dipinti di arte moderna nel piano sotterraneo. Quel quadro di Dalì che ti incanta mentre i minuti scorrono sull'orologio. La frase "voglio andare a vivere a Kreuzberg" è diventata "voglio andare a vivere a Prenzlauer Berg". Magari nei dintorni di Kollwitz Platz, dove ci sono tutti quei negozietti pieni di cosine colorate. Il mercatino Trodelmarkt dentro al parco Tiergarden. Il borghetto di Nikolaiviertel. L'hackesche hofe e il suo labirinto di negozietti. Il Madame Claude in Lubbener strasse: un locale perfettamente arredato come se il soffitto fosse il pavimento. Con sedie tavoli, portaombrelli, orologi e posate inchiodati al contrario.
E poi in ordine sparso: il furto di una tazza da Starbucks. La scena del bambolotto ai raggi X dell'aeroporto. Lo Schwuz. La micro stanza. L'overbooking. La statua di Keith Haring vicino a Marlene Dietrich platz. La signora che cambia posto in aereo. Prinzen, prinzen. La gemuse che ti salva la vita. Non me ne vado se non mangio una Kartoffel nella carta stagnola.  Il palazzo fatiscente in cui si entra per caso e si scopre una specie di factory dove ci sono gli artisti che creano i quadri lì davanti a te. Il concerto di metallo improbabile al Pirate Cove. La berliner rossa e la berliner verde. Leif Erikson nelle orecchie.
Auf wiedersehen, Alexanderplatz.

venerdì, 05 ottobre 2007

Ode a Berlin.
Necessitando questo blog di un canto del cigno, non posso fare a meno di scrivere del mio nuovo amore totalizzante, per questa metropoli tedesca.
Sono tornata qualche giorno fa. Il giorno dopo mi è arrivata una mail dalla tui, che mi comunicava la vincita di due biglietti aerei. Per Berlino. Questo posto mi rivuole già indietro, ho pensato. E' reciproco.
Berlino è la città dove tutto è successo. Questo si respira nell'aria. Cammini per le larghe strade dell'est e percepisci sensazioni di ciò che è stato. C'è ottimismo nelle facce della gente. Domenica guardavo un vecchietto in metropolitana, che leggeva il giornale, sorridente. Costui che magari ha frequentato la scuola di Hitler, ha visto la sua città perdere una guerra e venire spaccata in quattro, se viveva a est ha pure assistito alla costruzione di un muro di 160 km di perimetro, ha guidato una trabant, ha visto crollare il muro, e comparire i manifesti della coca-cola. Sulla Unter den Linden c'è un negozietto nostalgico della DDR. Vale la pena farci un giro, perché è come un museo. Cartoline della città col muro, manifesti della Trabant, mappe della città divisa, foto di Marlene Dietrich, libri. Questo negozio pare essere un raccoglitore di ricordi. Fa quasi più effetto entrare lì dentro, piuttosto che andare a vedere i due attori vestiti da soldati che fanno finta di fare la guardia a Checkpoint Charlie, davanti al cartello "you are leaving the american sector". Ma la parte che più mi è piaciuta è Kreuzberg. Se volessi trasferirmi all'estero,  andrei a vivere lì. Malgrado io conosca non più di venti parole di tedesco. Ho iniziato a studiarlo però, con i corsi fai da te della Feltrinelli international. Non si sa mai. A Kreuzberg ci sono tantissimi locali, la gente per le strade di sera. La guida dice che a Berlino ogni giorno puoi decidere fra 300 avvenimenti diversi, tra spettacoli teatrali, concerti e altro. E' davvero la nostra New York europea, anche se in realtà, vista la freddezza degli sterminati grattacieli newyorkesi, devo dire che è più una grande SoHo. Tetti bassi, art, music, people. L'immensità della porta di Brandeburgo. Sono tutte cose che si capiscono arrivando in Alexanderplatz, prendendo un ascensore all'interno della torre televisiva. E' lì che si domina la città a oltre trecento metri di altezza. Guardi sotto e capisci tutto. Provi a telefonare nonostante le interferenze dell'antenna televisiva, per tornare con la voce in Italia e dire che finalmente hai capito. Proprio nella capitale europea che ti è piaciuta di più, realizzi che non è più necessario andare dall'altra parte del mondo per ritrovare sè stessi. La verità sta dentro di noi. Ma tornando a questo viaggio, mi ero dimenticata quanto fosse buona la birra tedesca. Poco importa se ci si frantuma il fegato in pochi giorni, a causa della loro cucina grassa. Si possono anche trovare ristoranti italiani dove si mangia bene, che appaiono come oasi nel deserto. Un'amatriciana che neanche a Roma. Una filosofia di vita che permette loro di aprire una vineria, dove chi entra paga 1 euro e beve tuttto quello che vuole. Il resto lo si mette in un vaso all'uscita, a seconda di quanto si ritiene giusto pagare. Locali come salotti. Poltrone spesso diverse tra loro, quadri, tavolini, il camino, la tappezzeria. E alla fine, come bella chiusura del tutto, il Fritz club, ex sede delle poste tedesche, come teatro del concerto degli Shout Out Louds. La transenna. Le botte dai pogatori folli, che non hanno proprio capito niente. I lividi che ho ancora adesso. Le lacrime su impossible. Il ritorno a casa. Il ritorno a casa. Il ritorno a casa. Il ritorno a casa. Lo scatolone.